Storytelling: perché raccontare chi siamo…

Lo Storytelling per il Personal BrandingQualche settimana fa mi ha contattata una signora modenese che ha appena aperto una Start-up. Stava cercando qualcuno che prendesse in mano la sua storia: più sui 50 che sui 40, si è licenziata da qualche mese e ha aperto un’azienda tutta sua. Poi arriveranno i soci. Nel frattempo è lei il front end ed è lei che si smazza clienti e strategie.

Minuta e scattante come possono esserlo solo le donne decise, ha passato due ore a parlarmi guardandomi dritta negli occhi. Il suo obiettivo era trovare “qualcuno” che facesse rientrare pezzi importanti della sua vita all’interno della storia della sua nuova azienda.

Vista dall’altro punto di vista, per lei quell’azienda era la diretta conseguenza di alcuni fatti di vita. Non le interessava aggiungere un tassello al suo curriculum, le interessava raccontare il perché.

Raccontare chi siamo

Non è quello che vogliamo ogni volta? Raccontare il perché delle scelte che facciamo. Chi lascia un lavoro, chi si reinventa, chi sbaglia strada e poi si lancia con l’elastico da un ponte per recuperare il tempo perduto.

Raccontando chi siamo, non solo ciò che facciamo, è come se se ci mettessimo a raccontare la Storia che sta dietro a tutte le storie. Parliamo di noi in termini di personaggio che parte da una certa situazione di equilibrio, scopre di volere altro o è spinto a cercare altro, affronta varie prove e poi riesce a tornare in una situazione di nuovo equilibrio, oppure capisce finalmente quale sia la strada per arrivarci.

Ecco che la narrazione del proprio vissuto diventa anche il punto di partenza per imbastire il proprio futuro. Non ci è più sufficiente ciò che contiene il curriculum vitae, anche se su di esso occorre spendersi con energia: sono d’accordo con la mia amica Serenella Panaro quando sostiene che sia un ottimo lavoro di consapevolezza su ciò che si è e sulla propria direzione.

Credo che raccontarsi sia un passaggio ulteriore da fare quando si pensa di aver finalmente unito i famosi puntini di Steve Jobs. Quante volte, infatti, guardandoci indietro abbiamo scoperto di aver più o meno faticosamente camminato su un unico lungo percorso (spesso a ostacoli)?
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Personal Branding per donne: tra strategia e immagine

Anna Turcato al TalentDonna

Il workshop al Talent Donna del 10 maggio scorso ha visto il contributo di Anna Turcato, bravissima e simpaticissima Image&Fashion Consultant. L’idea era di far comprendere che non solo serve una strategia di comunicazione, ma che anche immagine e stile hanno un ruolo importante nel Personal Branding; soprattutto oggi che siamo fotografate e “taggate” in continuazione, non solo nelle occasioni ufficiali, ma anche quando non ce l’aspettiamo!

La scelta del nostro stile di abbigliamento (così come scegliere di non avere uno stile) dice comunque molto di noi, anche se non ne siamo consapevoli.

Vale, allora, la pena di prenderci cura anche della nostra immagine, per dare la giusta prima impressione già da subito.
È qualcosa che, nonostante tutto, alcune donne faticano a fare. Forse perché influenzate dallo stereotipo per cui se sei troppo attenta al tuo aspetto non puoi essere contemporaneamente anche di valore?
Invece, come ha intelligentemente sottolineato Anna

Mostrare la tua femminilità non vuol dire essere meno credibile

Personal Branding… con stile!

Per evidenziare che l’immagine e lo stile non sono qualcosa che ha a che fare con il fashion, Anna ha portato l’esempio un po’ provocatorio di Margaret Thatcher: il look rigoroso della Lady di Ferro è ciò che l’ha aiutata ad emergere in un ruolo e in un mondo prettamente maschili.

 

Si tratta, quindi, di capire cosa vogliamo comunicare di noi, individuare il nostro stile e portarlo avanti, meglio ancora trovando un tratto che ci distingua e che, quindi, ci aiuti ad essere ricordate. Un po’ come fa la regina Elisabetta, con i suoi completi colorati!

E se non è possibile vestirci come vorremmo, per esempio quando l’etichetta aziendale prevede un abbigliamento specifico? In questo caso il consiglio pratico per non rinunciare a portare avanti la nostra cifra stilistica è: dettagli e accessori!

Ho intervistato Anna per approfondire questi argomenti.

Ci spieghi il tuo punto di vista sul rapporto tra Personal Brand e stile?

È notorio che la prima impressione conta: quello che trasmettiamo al nostro interlocutore con il nostro aspetto appena ci incontra crea in lui un’aspettativa e, se vogliamo, un pre-giudizio difficile poi da confutare. L’immagine è il tuo biglietto da visita. Questo può essere usato a nostro vantaggio: attraverso la nostra immagine possiamo decidere consapevolmente cosa dire di noi, raccontare chi siamo (o come vogliamo essere percepiti), qual è il nostro target, il nostro raggio d’azione etc., in pratica tutte le cose che vanno a identificare il nostro Personal Brand. Se l’immagine è coerente con il messaggio che proponiamo, è curata, attenta e, quindi, professionale, allora sarà un veicolo rafforzativo del messaggio stesso, altrimenti si creerà un effetto distonico difficile da superare e possibile motivo del rifiuto del messaggio stesso. Faccio un esempio così estremo da risultare evidente: se io propongo un messaggio riferito ad un target di vegani, il fatto di presentarmi con una giacca in pelle non solo farà prendere meno sul serio quello che dico ma farà anche sì che l’immagine faccia da scudo al mio messaggio, facendomi rifiutare o scartare ancora prima che io riesca ad esprimerlo. Questo funziona meglio se siamo coerenti con noi stessi e raccontiamo qualcosa di credibile. Quello che dici arriva meglio se ha un’immagine che ti assomiglia. La cosa fondamentale secondo me è non barare, ma seguire una linea di stile che sia il più possibile personale, che ci calzi a pennello e che possiamo vestire con maggiore naturalezza. Sei credibile se sei te stesso. Sei ancora più credibile se mostri, in maniera consapevole, la parte migliore della tua personalità fin dalla prima impressione. E questo si ottiene solo curando il proprio aspetto, ma senza forzature o costrizioni. Mostrare quello che sei è sacrosanto e anche un valore aggiunto. Se, però, hai un look trasandato, la prima impressione che il tuo interlocutore si farà di te sarà legata proprio ad un concetto di trascuratezza. Se sei curato, pure mantenendo il tuo modo di essere e di vestire, sarai associato all’idea di precisione e accuratezza.

L’immagine che si esprime con il proprio abbigliamento è qualosa di molto personale; quando offri una consulenza, su cosa ti basi per compiere le scelte giuste?

Per non sbagliare e creare qualcosa di artefatto si parte sempre da “chi sei” proprio come nel Personal Branding Canvas. Il proprio stile è un mezzo espressivo che deve esaltare la propria identità; è quindi necessario interpretare la moda attraverso la propria personalità. Personalità utile per veicolare un messaggio coerente. E dopo chi sei (e chi vuoi essere) anche cosa vuoi comunicare e “a chi lo vuoi comunicare”. L’analisi incrociata di questi elementi mi aiuta nell’elaborazione dell’immagine da cucire addosso al cliente e da fargli indossare con agio. Aver trovato una cifra stilistica che lo rappresenti sarà poi motivo di sicurezza.

Hai parlato di donne come Margareth Thatcher e la regina Elisabetta, che normalmente non sono percepite come esempi di stile: cosa hai voluto comunicare a chi ti stava ascoltando?

Vestirsi è una scelta consapevole, attraverso questa scelta possiamo fare proprio quello che ha fatto la Thatcher quando ha deciso di pensare ad un’immagine che la aiutasse a veicolare un messaggio utile rispetto al suo desiderio di diventare primo ministro. Attraverso la nostra immagine possiamo decidere subito cosa raccontare di noi e di mostrare la parte migliore (o più efficace) di noi, andando a sottolineare i punti di forza o facendo dei difetti i nostri pregi. Mi spiego meglio: il fatto che la Thatcher fosse una donna la rendeva meno credibile, ma l’aver puntato su uno stile che la identificasse subito come la classica e rassicurante signora inglese tutta d’un pezzo è stata invece la sua forza. Ho voluto comunicare con questo esempio, come con quello della regina Elisabetta, che scegliere uno stile non è affatto una cosa futile e farlo non significa mascherarsi ma svelarsi. Ci tengo molto a far capire che la moda deve essere considerata per quello che è, cioè un potente mezzo espressivo e non solo qualcosa legato a lustrini, grandi firme e paillettes.

Per alcune donne occuparsi troppo del proprio look è segno di frivolezza e va più a discapito che a favore della loro immagine; qual è il tuo punto di vista?

La donna, è noto, viene giudicata maggiormente per il suo aspetto e, per una serie di convizioni sessiste dure a morire, ha paura che il suo stile poi venga ad essere considerato più importante del suo messaggio. Ma non è così. Certo, ci sono dei lessemi stilistici da rispettare (in ufficio meglio una camicetta di una canotta da spiaggia), ma questo vale anche per gli uomini. Curarsi non significa dare troppo peso all’esteriorità: semplicemente presentarsi in un modo che metta a proprio agio noi stessi e anche il nostro interlocutore. Mi rendo conto che per le mamme impegnate in mille attività ogni giorno questo sia più difficile, ma credo che il rispetto per sé stesse e la propria identità siano fondamentali da non perdere. Essere mamma non deve diventare un alibi per non essere più noi stesse. Basta poco, anche puntare su qualche dettaglio in cui riconoscersi e comodo da indossare o scegliere la mattina.

Non sempre ci è possibile esprimerci come vorremmo attraverso il nostro look: che consigli ci puoi dare in questi casi?

Il consiglio è proprio quello di focalizzarsi su un dettaglio particolare con cui possiamo giocare maggiormente, pur mantendo un look formale. Un paio di occhiali colorati, una cintura, delle scarpe etc. Durante il mio intervento ho citato Jolanda Restano, che inserisce qualcosa di verde in ogni suo look e grazie a questo dettaglio coerente si fa ricordare più facilmente.

L’importante è proprio la coerenza: dentro e fuori dalla rete. Ormai siamo tutti sui social network, volontariamente con le nostre foto o anche involontariamente a causa delle foto degli altri in cui veniamo taggati (spesso anche a tradimento). Attenzione che con la nostra immagine comunichiamo sempre e possiamo usare questa cosa a nostro vantaggio, decidendo cosa comunicare di noi in maniera professionale. Dalla foto profilo alla vita di tutti i giorni.

Prima della tua presentazione hai lavorato anche tu sul Canvas e hai potuto vedere come funziona; pensi che possa essere di aiuto al tuo lavoro? In che modo?

Il Canvas è uno strumento fondamentale per ragionare su chi sei, quali sono i tuoi strumenti, i tuoi punti di forza e debolezza, perché sei credibile, il tuo posizionamento etc. e quindi utilissimo da utilizzare per ragionare sulla propria immagine in un’ottica professionale e di rinnovamento dei propri obiettivi lavorativi. Dal mio punto di vista tutto quello che comprendi e focalizzi grazie al lavoro sul Canvas si traduce poi nella creazione di un’immagine coerente e rafforzativa rispetto a quanto elaborato.

Hai parlato a un pubblico di oltre 50 donne (e un infiltrato…): hai incontrato qualche difficoltà?

Assolutamente no, gli organizzatori di Talent Donna hanno saputo creare un’atmosfera di condivisione e coesione davvero impressionante. Le donne presenti (+ l’infiltrato) sono state molto attente a quanto raccontavo e lo hanno compreso, regalandomi poi attenzione e feedback su quanto avevo detto sia subito dopo il mio intervento che in un secondo momento attraverso tutti i canali social. È stato molto bello per me sentire da parte di persone con un vissuto molto diverso (mamme di 6 bambini, piuttosto che donne ingegnere abituate a vivere e camuffarsi in un mondo maschile) che io avevo aperto loro una nuova prospettiva e stimolato a nuovi ragionamenti sulla propria immagine e il proprio stile fuori e dentro la rete.

Se vuoi conoscere meglio Anna puoi approfondire guardando il video del suo intervento al FreelanceCamp 2014:

 

Imprese in rosa e Personal Branding

We can do it
Che la causa sia la crisi e i connessi tagli dei posti di lavoro o che sia il doversi scontrare con un mondo che ancora ruota su stereotipi di genere, per le donne rimane molto difficile riuscire ad avere una carriera soddisfacente.

Secondo il 53,7% degli intervistati per un report dell’Istat pubblicato lo scorso dicembre, le donne vivono una situazione lavorativa peggiore degli uomini. Circa la metà degli intervistati ha risposto che per una donna è più difficile trovare un posto di lavoro adeguato al proprio titolo di studio o alla propria esperienza, fare carriera e percepire lo stesso stipendio di un uomo a parità di mansione.

Credo sia questo il motivo principale per cui sono tante le donne che si inventano un nuovo lavoro e per cui il 28,6% delle nuove imprese aperte nel 2013 (secondo un’indagine di Unioncamere) è di stampo femminile.

È un tema che mi sta molto a cuore sia, ovviamente, perché rientro nella categoria, sia perché in questo momento economicamente difficile incentivare lo sviluppo dell’imprenditoria femminile potrebbe dare nuovo slancio al mondo del lavoro.

Per questo sono stata felice quando ho avuto l’opportunità di affiancare Luigi Centenaro nei due workshop per Talent Donna e per la Momclass di Mammacheblog 2014: due iniziative organizzate da Fattore Mamma, che hanno alla base l’idea di “valorizzare il talento professionale femminile attraverso l’energia della Rete”.

Donne all’opera

In entrambi gli eventi il lavoro principale per le partecipanti è stato quello di trasformarsi per un giorno in Personal Branding Strategist di se stesse, usando il Personal Branding Canvas.

Di fatto, quindi, il banco di prova di un lavoro completamente nuovo, in cui però sono emerse alcune caratteristiche distintive di noi donne quando ci mettiamo in azione:

Determinazione: per prima cosa abbiamo dovuto condividere il concetto di Business Design per evitare che questa metodologia risultasse uno scoglio per chi non la conosceva. I dubbi più frequenti sono nati da chi temeva di non poter rispondere a tutte le domande nei singoli blocchi o addirittura ad alcuni interi blocchi. Lavorare sulla propria visibilità può essere più difficile all’inizio, perché si creano dei blocchi emotivi che frenano lo sviluppo delle idee, soprattutto di fronte a domande “esistenziali”. La sfida, in particolare per noi donne, sta proprio nello sforzo di superare quei blocchi e scoprire cosa ci rende uniche:

Arrivato il momento di lavorare in prima persona, in effetti, non ci sono state esitazioni e tutte le partecipanti si sono messe all’opera per identificare il motivo per cui gli altri dovrebbero sceglierle. A quel punto è stato più facile comprendere che anche una mancata risposta non è per forza sintomo di fallimento (uno dei grandi spettri che ci perseguita), ma anche questa ci dà un’informazione utile, suggerendoci gli aspetti su cui lavorare.

Problem solving. In entrambe le situazioni abbiamo dovuto affrontare una difficoltà logistica: la stanza che ospitava il Talent Donna non permetteva di appendere i Canvas, mentre alla MomClass le partecipanti superavano di gran lunga lo spazio disponibile sulle pareti. Cos’è successo? Semplicemente che in un attimo una cinquantina di donne si sono organizzate in modo tale da riuscire a ritagliarsi ognuna il proprio spazio: questo è merito del senso pratico femminile!

Networking collaborativo. Al Talent Donna è anche capitato qualcosa che non avevo mai visto prima: in poco tempo alcune delle partecipanti hanno iniziato spontaneamente a collaborare, lavorando fianco a fianco sui Canvas, e a proporre reciproci miglioramenti. L’effetto si è diffuso in tutta la stanza e si è creato un clima davvero propositivo e sono spuntate idee utili e anche originali.

 Intraprendenza. Ho affiancato alcune partecipanti nella compilazione del loro Canvas, e due storie mi hanno colpita in particolare. Una ragazza del Talent Donna mi ha raccontato che sta affrontando, con le sue sole forze, un cambio di carriera perché il mercato in cui lavora adesso è in forte crisi: sta cercando di unire un lavoro che già conosce bene a una sua passione personale e mi ha chiesto se il Canvas poteva essere utile per trovare una nuova strada. Insieme abbiamo approfondito alcuni aspetti del suo Personal Brand e abbiamo provato a definire alcune possibilità che poteva vagliare. Sono certa che con la sua intraprendenza troverà la maniera giusta per cambiare vita.

Coraggio. L’altra storia l’ho ascoltata alla MomClass: è la storia di una donna che aveva una carriera ben avviata, con un ruolo importante e delle gratificazioni, ma che si è accorta che non stava vivendo la vita che desiderava. Perciò ha lasciato tutto da un giorno all’altro e si è messa in proprio, ricominciando da qualcosa che la appassiona davvero: ora tiene laboratori per insegnare ai bambini una cucina bella, buona e sana. Il lavoro che abbiamo fatto insieme sul suo Canvas le è servito per scoprire come migliorare la sua credibilità in un’attività iniziata da zero, ma anche come trovare nuovi modi per farsi conoscere.

Durante i due workshop, grazie a quello che ho potuto vedere e ascoltare da chi li viveva in prima persona, ho verificato come il Canvas arricchisca la consapevolezza delle proprie competenze e delle proprie aree di eccellenza e permetta di capire quali sono i possibili punti di sviluppo e miglioramento. Alla fine per le partecipanti è stato chiaro quale sia il valore aggiunto di lavorare attivamente su di sé: la presa di coscienza delle nostre potenzialità.

Il Personal Branding oltre il Gender Divide per valorizzare le differenze

Sono tante le donne che popolano la Rete, sia come parte attiva che come ascoltatrici e le iniziative come quelle di Fattore Mamma sono importanti per contribuire a colmare una differenza di “preparazione tecnica”.

Le differenze di genere intese, invece, come singole caratteristiche distintive, sono un valore aggiunto.

Il Personal Branding può essere quella strategia utile a trasformare la differenza da limite a fattore potenziante, valorizzandola.
Fare Personal Branding, infatti, significa portare anche nel lavoro il nostro io autentico e rendere manifesti i nostri talenti naturali, i nostri punti di forza, la nostra unicità.

Per una donna questo vuol dire smettere di temere che proprio quell’impronta unica che la contraddistingue sia un fattore negativo sul posto di lavoro.

Se il nostro “tocco femminile” continua ad essere visto come motivo di contrasto o, peggio, di giudizio (e auto-giudizio), nell’inevitabile relazione con l’universo lavorativo maschile non si riuscirà a trovare un punto di incontro; ma se riuscissimo a vedere le reciproche caratteristiche come tratti unici e, soprattutto, complementari, potremmo agire in sinergia e produrre un grande valore per tutti. Il confronto tra punti di vista diversi non può che essere arricchente.

Credits

Quote rosa o Personal Branding? Evento Fondazione Bellisario – Il Sole 24 Ore

Il 3 marzo scorso si è tenuto un evento sul Personal Branding a Palazzo Reale di Milano organizzato da Il Sole 24 Ore, a cui hanno partecipato quasi 150 donne di successo, socie della Fondazione Bellisario.

L’evento, che verteva sul tema del Personal Branding in  relazione alla differenza di genere, è stato introdotto da Donatella Treu, amministratore delegato del Gruppo 24 Ore e ha visto la partecipazione di Monica D’Ascenzo, Luigi Centenaro, Francesca Parviero e il critico d’arte Luca Beatrice. Ma in qualche modo si è sentita la presenza di Andy Warhol! Maggiori informazioni più sotto…

Personal Brand Fondazione Bellisario

Stereotipi e Identità

Monica D’Ascenzo ha aperto la manifestazione parlando di gender divide e dei condizionamenti sociali che si interiorizzano fin da bambini; partendo dal mondo delle favole, Monica ha mostrato come l’eroina al centro della storia sia lo stereotipo della donna buona, mite e servizievole, che ha bisogno di essere salvata da un eroe che, di contro, è coraggioso, intraprendente e conquista con le sue sole forze l’happily ever after finale.

Fin da molto piccoli, quindi, entra nell’immaginario maschile la convinzione che sia eroico essere artefici del proprio destino, mentre a noi donne tocca il doppio della fatica: liberarci prima dall’immagine “ideale” di donna mite e responsabile, che ci spinge a un comportamento di understatement, poi da quel senso di impotenza e attesa passiva di chi ci possa portare a realizzare di noi stesse.

Come ha concluso giustamente Monica, le donne hanno bisogno di

Andare al di là degli stereotipi femminili, tornare all’essenziale, alla loro vera identità, per avere la materia prima del Personal Branding

Personal Branding vs. quote rosa

Luigi ha voluto contribuire con un’introduzione al Personal Branding e con un concetto chiave: l’importanza del Personal Branding come strumento per far arrivare una promessa di valore, al di là di ogni differenza genere.

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I segreti della foto profilo per gli studenti IULM

Mercoledì 12, nel corso di una lezione di Luigi Centenaro sul Personal Branding all’Università IULM di Milano per gli studenti del corso di Laurea Magistrale in Digital Marketing Management, abbiamo lavorato sulla foto profilo. Un percorso per far elaborare ai ragazzi il loro Personal Brand, usando come strumento il Personal Branding Canvas è stata anche l’opportunità di invitare Milo Sciaky, fotografo professionista e fondatore di Around Gallery, autore del libro fotografico Portraits of a Land (nonché della nuova foto profilo di Luigi!) e della foto di Domitilla Ferrari per il suo nuovo libro, Due gradi e mezzo di separazione.

L’idea era di offrire ai ragazzi delle immagini che potessero usare sui loro account social e che rispecchiassero la loro strategia.

Milo Sciaky in IULM

Foto: Erika Ghezzi©

Milo, invece, ha arricchito l’esperienza con una lezione introduttiva, rapida ma rilevante, sul significato di un ritratto fotografico, sui diversi tipi di composizione che può avere e sull’importanza della luce, che può cambiare la drammaticità narrativa della storia che il ritratto racconta.

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Cultura Selfie: l’autoscatto come forma di racconto e appartenenza

Ce ne siamo accorti tardi. Mentre migliaia di ragazzini continuavano a scattare #selfie a ripetizione, dalle nostre posizioni privilegiate di osservatori del Web, abbiamo realizzato in ritardo come non è più il Web a definire nuove tendenze e linguaggi, ma l’universo Mobile. I genietti di Instagram lo capirono diversi anni fa e possiamo dire che l’intuizione è stata ben ripagata.

Mentre negli uffici delle agenzie digital i direttori creativi impazziscono per trovare nuovi esaltanti significati al concetto di storytelling, i Millennials stanno utilizzando un nuovo linguaggio per definirsi, riconoscersi, affermarsi. Condividere situazioni e stati d’animo.

In una parola, raccontarsi.

Non c’è voluto molto perché i device mobile diventassero il first screen [ricerca in pdf]. All’interno di essi ogni singolo proprietario decide chi guardare e cosa trasmettere. Duck faces, Gif animate, emoticons, meme con improbabili espressioni del mondo animale: son questi i nuovi codici di comunicazione. Per averne conferma basta aprire Buzzfeed o uno dei tanti giornali “young oriented”. Contate quanti animali e quante classifiche sono visibili dalla homepage (no, fatelo davvero!).

Perché non comprano i nostri prodotti e continuano a scattarsi e condividere in continuazione inutili foto profilo?
(tipica frase da “direttore marketing 2.0″)

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Personal Branding per Startupper – Parte 3

Davide Dattoli

Come possiamo influenzare la scelta degli interlocutori della nostra startup grazie allo sviluppo di un personal brand?
Nella prima parte ci eravamo concentrati sugli investitori, nella seconda abbiamo affrontato i media, e oggi pubblico e collaboratori…

Pubblico

Lavorare sulla propria immagine di startupper può favorire quella dell’azienda, prodotto o servizio, contribuendo a migliorare le vendite e la sua reputazione.
Del resto, spesso le persone comprano “gli individui” piuttosto che i Brand.
Ogni tanto sorrido pensando che Psy con Gangnam Style ha fatto raddoppiare la quotazione in borsa dell’azienda del padre!

Fortunatamente è possibile offrire una buona immagine alla propria azienda anche senza inventarsi per forza un nuovo meme, magari irradiando una personalità ben definita. La forte competenza, la chiara vision sul futuro, la personalità umile, i modi gentili e il viso pulito di Davide Dattoli sono davvero un ottimo biglietto da visita per un brand come TAG e ne favoriscono certamente il successo.

In aggiunta o in alternativa, comunicare con chiarezza e consistenza il perché abbiamo deciso di sviluppare la nostra startup, è un buon modo per rendersi memorabili e offrire un senso di maggior spessore. È il caso di Eren Bali, fondatore di Udemy, che racconta della sua maestra delle elementari nel suo piccolo paesino in Turchia e dei suoi sforzi per insegnare contemporaneamente a bambini di più età. Costretto a formarsi da solo sui libri, Eren rimane folgorato dall’arrivo in famiglia di un PC e di una connessione Internet.

Un altro fattore è il clout, come avviene per Alberto D’Ottavi, co-fondatore di Blomming.com che, fortemente connesso nell’ambito Digital, è la figura chiave per abbattere le barriere tra i blogger e l’ e-commerce e per acquisire nuovi merchant.

Collaboratori

La leadership è un fattore fondamentale per fondare e avere successo in una startup. A dirlo è proprio Dave McClure fondatore di 500 Startups in questa presentazione. Per McClure uno startupper è leader quando è convinto delle sue idee, dimostra determinazione in tutto quello che fa e, soprattutto, non procrastina le sue decisioni: se qualcuno ti critica o cerca di scoraggiarti e ti capita spesso di cedere o dargli ragione, allora non stai comportandoti da leader. Soprattutto se è una conversazione pubblica su twitter e su un gruppo facebook. In aggiunta, bloggare del lancio dell’ennessimo progetto e abbandonarlo potrebbe non esserti d’aiuto…

500 startups ci serve anche per ricordarci che è fondamentale saper mettere in piedi un ambiente divertente e collaborativo, in cui le persone possono diventare protagoniste:

I valori, quello in cui crede uno startupper, sono spesso una garanzia rispetto alle decisioni che prenderà nel corso del tempo. L’impegno con cui Loic le Meur si è prodigato a trovare un impiego per i suoi dipendenti ai tempi di Seesmic, potrebbe essere un buon motivo per abbracciare la sua prossima impresa.

Infine la community, deve apprendere, crescere e risolvere problemi insieme a gente che condivide le tue stesse passioni. Se non l’hai ancora potresti pensare di fondarla! Come ha fatto Fabio Lalli con l’Associazione Indigeni Digitali che vanta un attivissimo gruppo su Facebook. Fabio è anche co-fondatore di Followgram insieme a Lorenzo Sfienti.

Conclusione

Il Personal Branding non riguarda fingere o farsi belli, ma spesso richiede la capacità di saper dimostrare la propria “bellezza”. In fin dei conti gli startupper sono belli per definizione, no?

Postato originariamente su Startup Italia

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Personal Branding per Startupper – Parte 2

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Come possiamo influenzare la scelta degli interlocutori della nostra startup grazie allo sviluppo di un personal brand?
Nella prima parte ci eravamo concentrati sugli investitori, oggi affrontiamo i media…

Media

Attirare l’attenzione dei media, siano essi tradizionali o blog, significa pubblicità gratuita e del resto, come recita un vecchissimo (1988!) articolo di Fortune Magazine: “Se volete analizzare un’azienda, leggete i suoi risultati finanziari. Se volete scoprire la sua vera anima, parlate con il top manager”

Ai giornalisti e blogger preme avere una storia da poter raccontare ai propri lettori e, in genere, tutta l’innovazione è notiziabile, soprattutto se comporta la creazione di una nuova categoria, qualcosa che cambia completamente il gioco in un certo settore (a dire il vero non trovo un’altra definizione facile di “innovazione”).

Offrire una vision sfidante del proprio futuro rende (per assurdo) più plausibile e narrabile una tecnologia che magari non è facile da divulgare. Come ad esempio Enrico Dini, l’ingegnere toscano che ha inventato D-shape, la stampante 3D che usa sabbia e un inchiostro speciale per produrre creazioni di cemento. La tecnologia di Dini partecipa a un progetto della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e dell’European Space Agency (ESA) con l’obiettivo di ideare nuovi moduli abitativi da stampare direttamente sulla Luna!

Un altro modo per rendersi “appetibili” è quello di attestarsi come esperti nel proprio settore e, quindi, chiamati ad esprimere opinioni autorevoli. In questo senso un blog autorevole o un libro recente fanno sempre comodo. Anche operare in un settore rilevante e di moda per la stampa può fare la differenza, soprattutto quando è di tendenza come nella recente food week a Milano. Proprio come accade per Marco Porcaro di Cortilia che, oltre ad avere una nutrita press release, viene talvolta chiamato in causa dai media per considerazioni in ambito food.

Ottenuta l’attenzione dei media, occorre offrire loro in maniera rapida ed efficace tutte le informazioni necessarie per scrivere gli articoli. Ecco che potrebbe essere importante avere sempre pronto una sorta di press kit con byline, job title e description ben evidenti, BIO breve e lunga e i link principali, foto in bassa e alta definizione, citazioni di persone autorevoli ed eventuali presenze presso altre testate.

Il pitch della startup è ormai perfetto? Può essere utile fare altrettanta attenzione al pitch personale.
L’alternativa è quella di far fare tutto il lavoro al giornalista, che talvolta potrebbe farsi prendere la mano.

Postato originariamente su Startup Italia

photo credit: FaceMePLS via photopin cc

Personal Branding per Startupper – Parte 1

Startup

Visto l’interesse per il Personal Branding nato in ambiente Startup (ho il piacere ad esempio di essere il docente di Personal Branding per Digital Accademia di H-Farm, ma anche uno dei mentori in H-Camp), ecco il primo di una serie di tre articoli sull’argomento pubblicati qualche mese fa per StartupItalia.eu


Che il Personal Branding, soprattutto online, sia una delle competenze principali per il lavoro è addirittura il Wall Street Journal a dirlo

Ma quindi cosa ha a che vedere con gli startupper?
Senza addentrarci in ridondanti definizioni, in questo contesto partiamo dal considerare il Personal Branding come l’identificare e il comunicare la ragione per cui qualcuno ci sceglie. Del resto il Brand altro non è che un meccanismo per facilitare la scelta di prodotti e servizi. Allo stesso modo anche le persone possono rendersi rilevanti, differenziandosi e manifestando quello che le rende uniche.

Quali sono, quindi, gli interlocutori di cui uno startupper può influenzare la scelta grazie a un Personal Brand rilevante?
In questa prima parte vediamo quello forse più importante, gli investitori. Nelle prossime approfondiremo media, pubblicocollaboratori.

Investitori

Oltre a tutti i temi legati al progetto in sé, gli investitori saranno interessati a capire se stanno puntando i loro capitali sulle persone giuste. In questo senso occorre comunicare prima di tutto credibilità e affidabilità: abbiamo le competenze giuste? Conosciamo adeguatamente il mercato e il settore in cui stiamo lavorando?
[Leggi il resto dell'articolo...]