Come essere soddisfatti del, ma soprattuto, dal proprio lavoro

  1. Lavorare comodamente da casa propria;
  2. Lavorare Part-Time;
  3. Guadagnare almeno 20.000€ all’anno;
  4. Avere 15 orgasmi alla settimana

No, non è mail della tua cartella spam e neppure un sogno!

A S S O L U T A M E N T E  NO!

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Si chiama Cara Houiellebecq ha 33 anni e nel suo “ufficio” può vantare una collezione di più di 2000 sex toys  che ha opportunamente testato, recensito e addirittura venduto tramite il suo blog.

Come ha fatto a trovare questo lavoro?

Cara ha lavorato in banca e nel tempo libero ha sempre aggiornato il suo blog, ovviamente non è mai stata una fashion blogger e nemmeno una nutrizionista, men che meno le è mai saltato in mente di parlare di fitness.

L’argomento principale riguardava la sua intimità e la sfrenata passione per i sex toys.

“E se iniziassi a recensire tutti i sex toys che ho usato?!”

EUREKA!!! Ha iniziato, quindi, a recensire ogni tipo di sex toy, il sito ebbe tantissime visite e venne contattata da varie aziende, le quali tutt’ora le inviano i sex toys per testarli, recensirli e venderli direttamente dal suo sito.

Se questo non è un posizionamento Al Ries non è mai esistito!

Scarpe

P.S: Ha anche creato una collezione personale “Fantasy by CaraSutra”

Cara è riuscita a trasformare il suo hobby e la sua “passione” in un vero e proprio lavoro!

Speriamo non inizi a testare anche i cellulari ;)

TOP SECRET: Leggi solo se sei Mark!

C’erano una volta all’Underground Ad School di Buenos Aires, 19 studenti provenienti da Cile, Ecuador, Spagna, Brasile, Colombia e Argentina, uniti da un’unica missione: CONTATTARE MARK ZUCKERBERG…

Attraverso le piattaforme digitali, come ormai è noto, è possibile raggiungere chiunque nel mondo, che poi Guzzanti direbbe “Aborigeno ma io e te che cazzo se dovemo dì?

Ma se il vostro obiettivo fosse quello di utilizzare Facebook per farvi notare dal Creatore, allora dovreste creare qualcosa di sorprendente, sensazionale e in grado di scatenare il “Fattore WOW” anche nella testa di Mr FB.

Ecco alcuni punti per cercare di realizzare il “Fattore WOW”

  • Seleziona un target
  • Studia il suo ambiente
  • Analizza il target nel dettaglio
  • Cerca di irrompere nei suoi comportamenti abituali
  • Stupiscilo!

Iniziarono quindi a scavare a fondo, una vera e propria indagine per ottenere più informazioni sul loro target: Mark.

[Continua…]

Come migliorare la tua visibilità su LinkedIn e trovare lavoro senza inviare nemmeno un CV

Dopo la laurea, dovendomi cercare un lavoro, ho avuto modo di fare un po’ di esperienza con LinkedIn. In questo post cercherò di proporvi quanto ho imparato, mostrandovi alcuni semplici accorgimenti per migliorare la vostra visibilità nelle ricerche e, magari, ricevere proposte di lavoro senza inviare nemmeno un CV.

Digital role

Consigli base: come farsi trovare nelle ricerche

Da qui in avanti leggerete riguardo alle tecniche più efficaci per migliorare la visibilità del vostro profilo. In questo articolo non parlerò di tutti i consigli che si possono dare su come scrivere un buon background, scegliere la foto giusta, riempire al meglio tutte le sezioni, come organizzarle etc. Ma se ne avete bisogno, i migliori consigli sono: 1. Fidarsi dell’indicatore di Linkedin che misura quanto “efficace” è il tuo profilo; 2. navigare fra i profili di successo del proprio settore, oppure dare un occhio al profilo di chi fa bene Personal Branding.

Quindi inziamo! [Continua…]

Non si può parlare la prima volta di sé durante il primo colloquio di lavoro

Parla di ciò che vorresti

Per due settimane, a settembre, ho passato 8 ore al giorno in aula con un gruppo di 3 ragazzi e 11 ragazze. Il mandato del committente – un’agenzia di lavoro interinale – era svolgere un corso di comunicazione. La genericità mi ha illuminato d’immenso dubbio: ma hai presente che sotto quell’etichetta ci può stare di tutto, da Jacobson alla PNL?

Fasce d’età: 22-25; 31-38; una 50 e una 55. C’era chi cercava lavoro per la prima volta, chi si voleva riciclare, chi aveva fatto una scelta sbagliata, chi cercava di trovare il bandolo, chi si voleva rinforzare. Tutti diplomati, chi con laurea conclamata (2), chi con università abbandonata (3), chi con laurea-ci-sono-quasi (3).

Vuoi parlare davvero di Jacobson?

Le prime due ore le ho trascorse a capire chi avevo di fronte. Uno per uno i miei allievi hanno snocciolato studi ed esperienze e tutti, uno per uno, si sono sentiti rivolgere la stessa domanda: qual è il tuo sogno? Che cosa vorresti davvero fare?

Qualcuno ha fatto la supercazzola, qualcuno voleva un generico posto fisso, qualcuno voleva “semplicemente” slogarsi (fare logout) dalla famiglia e qualcuno non ne aveva un’idea compiuta. E va bene, ho pensato, i corsi di comunicazione possono servire anche a questo.

Prepararsi a parlare di sé

Abbiamo parlato di scrittura, di curriculum, di come proporsi, di come usare i social media, di come accompagnare il CV con una presentazione che non fosse il solito bla bla, di come parlare in pubblico, di come prepararsi a rispondere alle domande più varie. Abbiamo ascoltato gli speech di Miriam Bertoli e Anna Turcato al Freelancecamp e li ho introdotti, sembrava per la prima volta, al mondo dei freelance.

La partenza è stato il racconto di un libro letto, l’arrivo è stata la presentazione di un argomento. Tutti, tranne uno, alla fine hanno fatto lezione agli altri per 15-20 minuti: chi ha parlato del cambiamento del punto di vista partendo dal brano più famoso de “L’attimo fuggente” con il professor Keating in piedi sulla cattedra; chi ha dissertato sul termine “istinto” prendendo spunto da quanto suggerisce Sean Connery al ragazzo aspirante scrittore nel film “Scoprendo Forrester”; chi ha parlato dell’archetipo “Mamma” a partire dallo strafamoso spot “Grazie di cuore, mamma” di Procter&Gamble; chi ha usato le parole di “Vivere” di Vasco Rossi per rielaborare alla sua maniera il senso del  tempo; chi ha spiegato metafore e similitudini prendendo spunto da una canzone di Fabri Fibra ed Elisa; chi ha parlato del concetto di semplicità facendosi guidare dalle note di “Love me do” dei Beatles.

Questi sono solo alcuni dei lavori, potrei continuare. Qualcuno è stato superlativo, qualcuno ci dovrebbe riprovare, ma nel complesso è stata una prova affrontata molto bene.

Certo, sì, ho assegnato io gli spunti, ho suggerito e fornito link, ma poi tutti hanno rielaborato e parlato in base a ciò sono e a ciò che preferiscono. Ho anche rincuorato là dove la montagna sembrava troppo alta e ho asciugato lacrime di commozione, che spero con tutte le mie forze non smettano mai di scendere.

Raccontarsi: una questione di allenamento

Alla fine del percorso ho due considerazioni che mi premono:

  1. L’espressione linguistica dei propri pensieri sotto forma di frasi in italiano dal senso compiuto non è acquisita, spesso nemmeno per chi è andato avanti con gli studi e si è iscritto all’università. Lacune di espressione, anacoluti, mancanza di struttura nell’esposizione degli argomenti sono all’ordine del giorno. Il fatto di aver introdotto supporti filmati e musicali ha aiutato a rendere gli speech un melange di più sapori e non l’accostamento un po’ casuale di elementi vari ma, in molti casi, non ha contribuito a migliorare l’elocutio.
  2. Il racconto di sé non è una pratica (tantomeno una buona pratica) incentivata in nessun ambiente istituzionalmente preposto all’istruzione e alla formazione. Posti di fronte all’esigenza di raccontarsi, ragazze e ragazzi, con poche eccezioni, si trovano in difficoltà. Sono smarriti per quella mancanza di allenamento che si percepisce lontano un miglio. Quando ho domandato ai miei allievi una breve presentazione dei loro lati positivi e negativi, eventualmente con l’ausilio di qualche supporto per sentirsi più tranquilli, qualcuno ha scaricato foto e preparato slide, qualcuno ha parlato a braccio, qualcuno ha seguito gli appunti, qualcuno ha disegnato alla lavagna. La felicità di scoprire delle parti di sé sepolte chissà dove che leggevo nei loro volti mi ha fatto scattare un pensiero: tranne pochissime eccezioni, a nessuno di loro è mai stato chiesto “chi sei”.

Forse è dai banchi di scuola che dovremmo aiutare i ragazzi all’idea del Personal Branding, nella sua forma basica, essenziale: parla di te, di come ti vedi e di che cosa, almeno ti sembra, di volere. E ripetere l’esercizio periodicamente per vedere che cosa cambia, che cosa si affina, che cosa si mette a fuoco. Ripeterlo anno dopo anno, dapprima nei contesti noti della scuola, poi in quelli meno protetti dei primi incontri con chi viene dal mondo del lavoro e dell’università.

Perché non si può parlare la prima volta di sé durante il primo colloquio di lavoro.

Perché, nel nostro mondo ad alto tasso di lavoro fluido, magari il primo colloquio di lavoro non lo farai mai, ma ne farai tantissimi, da declinare, a seconda dei contesti, con i clienti che incontrerai.

Perché ogni volta sarai tu, con la voglia di raccontarti e le parole che userai saranno quelle che avrai voluto scegliere.

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Anna AnelliAnnamaria Anelli è Business Writer, E-learning Instructional Designer, formatrice sui temi della scrittura efficace. Parole e mappe mentali per sperimentare le innumerevoli potenzialità dello storytelling. Per raccontare ciò che si è, non solo ciò che si fa.
La trovi su Twitter e su il suo Blog: www.aanelli.it

Rete di freelance: per i Froggers una questione di People Branding

 frog-style-1024x441Una rete di freelance può sembrare una contraddizione in termini. La rete, come ogni organizzazione, ha infatti regole che necessariamente e obbligatoriamente limitano la libertà individuale. E allora quali vantaggi ne derivano da collaborare?

Principalmente sono tre. In primo luogo, un aiuto. La rete è, infatti, per noi uno spazio anche di confronto e crescita umana e professionale. In secondo luogo, la rete ci permette non solo di lavorare e fare ciò che più ci piace che è, secondo noi, il motivo alla base per cui una persona sceglie di essere freelance, ma ci permette anche di lavorare con chi più ci piace, ovvero chi stimiamo professionalmente e condivide i nostri valori professionali. Infine, la rete ci permette anche di aumentare la nostra possibilità di entrare in contatto con nuovi clienti e nuovi lavori.

La rete è un equilibrio sottile tra i singoli e la struttura. Questo anche in termini di branding,  tema caro a questo blog. Ogni partecipante alla rete ha un Brand personale e il Brand Frogmarketing, l’equilibrio sta nel mantenere entrambi vivi e allineati. Se anullassimo il primo avremmo una società. Se non spingessimo il secondo avremmo un agglomerato di singoli professionisti.

E come realizzate questo equilibrio?

Il People Branding, come ci piace chiamarlo, sta in piedi perché ha come collante di base una serie di valori che permettono una alimentazione a due tra rete e singolo. Se aumenta il Personal Branding di un membro della rete, aumenta anche quello della rete e viceversa. Questo meccanismo presuppone, giocoforza, una identità forte perché non ci basta solo attrarre nuovi froggers, ma ci serve anche fare selezione avversa, ovvero “tenere distante” chi potrebbe avere comportamenti non etici. [Continua…]

Falsifica il passaporto per trovare lavoro

Vi è mai capitato, camminando per la vostra città, di trovare accidentalmente un documento per terra?

In quel momento vi fermate e incuriositi vi chinate prontamente a raccoglierlo, la vostra attenzione è focalizzata solo su quel documento, lì per terra. Siete curiosi di scoprire chi l’avrà perso e come riconsegnarlo.

Lo avete raccolto è nelle vostre mani, lo aprite e guardate la fotografia, mentre leggete il nome ed il cognome lo scrivete su Google o su Facebook e cercate immediatamente di contattare la persona. Un documento per terra attira l’attenzione. Non è uno scontrino né uno dei soliti volantini pubblicitari che troviamo ogni giorno fra la posta di casa.

Miruna Macri lo sa bene e ha deciso, quindi, di falsificare il suo passaporto; attenzione: non ha cambiato identità, ha trasformato un comune passaporto in un innovativo curriculum vitae: il “PassFolio”. Un’interessante strategia non convenzionale.
Budget: 300$


[Continua…]

Storytelling: perché raccontare chi siamo…

Lo Storytelling per il Personal BrandingQualche settimana fa mi ha contattata una signora modenese che ha appena aperto una Start-up. Stava cercando qualcuno che prendesse in mano la sua storia: più sui 50 che sui 40, si è licenziata da qualche mese e ha aperto un’azienda tutta sua. Poi arriveranno i soci. Nel frattempo è lei il front end ed è lei che si smazza clienti e strategie.

Minuta e scattante come possono esserlo solo le donne decise, ha passato due ore a parlarmi guardandomi dritta negli occhi. Il suo obiettivo era trovare “qualcuno” che facesse rientrare pezzi importanti della sua vita all’interno della storia della sua nuova azienda.

Vista dall’altro punto di vista, per lei quell’azienda era la diretta conseguenza di alcuni fatti di vita. Non le interessava aggiungere un tassello al suo curriculum, le interessava raccontare il perché.

Raccontare chi siamo

Non è quello che vogliamo ogni volta? Raccontare il perché delle scelte che facciamo. Chi lascia un lavoro, chi si reinventa, chi sbaglia strada e poi si lancia con l’elastico da un ponte per recuperare il tempo perduto.

Raccontando chi siamo, non solo ciò che facciamo, è come se se ci mettessimo a raccontare la Storia che sta dietro a tutte le storie. Parliamo di noi in termini di personaggio che parte da una certa situazione di equilibrio, scopre di volere altro o è spinto a cercare altro, affronta varie prove e poi riesce a tornare in una situazione di nuovo equilibrio, oppure capisce finalmente quale sia la strada per arrivarci.

Ecco che la narrazione del proprio vissuto diventa anche il punto di partenza per imbastire il proprio futuro. Non ci è più sufficiente ciò che contiene il curriculum vitae, anche se su di esso occorre spendersi con energia: sono d’accordo con la mia amica Serenella Panaro quando sostiene che sia un ottimo lavoro di consapevolezza su ciò che si è e sulla propria direzione.

Credo che raccontarsi sia un passaggio ulteriore da fare quando si pensa di aver finalmente unito i famosi puntini di Steve Jobs. Quante volte, infatti, guardandoci indietro abbiamo scoperto di aver più o meno faticosamente camminato su un unico lungo percorso (spesso a ostacoli)?
[Continua…]

Personal Branding per donne: tra strategia e immagine

Anna Turcato al TalentDonna

Il workshop al Talent Donna del 10 maggio scorso ha visto il contributo di Anna Turcato, bravissima e simpaticissima Image&Fashion Consultant. L’idea era di far comprendere che non solo serve una strategia di comunicazione, ma che anche immagine e stile hanno un ruolo importante nel Personal Branding; soprattutto oggi che siamo fotografate e “taggate” in continuazione, non solo nelle occasioni ufficiali, ma anche quando non ce l’aspettiamo!

La scelta del nostro stile di abbigliamento (così come scegliere di non avere uno stile) dice comunque molto di noi, anche se non ne siamo consapevoli.

Vale, allora, la pena di prenderci cura anche della nostra immagine, per dare la giusta prima impressione già da subito.
È qualcosa che, nonostante tutto, alcune donne faticano a fare. Forse perché influenzate dallo stereotipo per cui se sei troppo attenta al tuo aspetto non puoi essere contemporaneamente anche di valore?
Invece, come ha intelligentemente sottolineato Anna

Mostrare la tua femminilità non vuol dire essere meno credibile

Personal Branding… con stile!

Per evidenziare che l’immagine e lo stile non sono qualcosa che ha a che fare con il fashion, Anna ha portato l’esempio un po’ provocatorio di Margaret Thatcher: il look rigoroso della Lady di Ferro è ciò che l’ha aiutata ad emergere in un ruolo e in un mondo prettamente maschili.
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Imprese in rosa e Personal Branding

We can do it
Che la causa sia la crisi e i connessi tagli dei posti di lavoro o che sia il doversi scontrare con un mondo che ancora ruota su stereotipi di genere, per le donne rimane molto difficile riuscire ad avere una carriera soddisfacente.

Secondo il 53,7% degli intervistati per un report dell’Istat pubblicato lo scorso dicembre, le donne vivono una situazione lavorativa peggiore degli uomini. Circa la metà degli intervistati ha risposto che per una donna è più difficile trovare un posto di lavoro adeguato al proprio titolo di studio o alla propria esperienza, fare carriera e percepire lo stesso stipendio di un uomo a parità di mansione.

Credo sia questo il motivo principale per cui sono tante le donne che si inventano un nuovo lavoro e per cui il 28,6% delle nuove imprese aperte nel 2013 (secondo un’indagine di Unioncamere) è di stampo femminile.

È un tema che mi sta molto a cuore sia, ovviamente, perché rientro nella categoria, sia perché in questo momento economicamente difficile incentivare lo sviluppo dell’imprenditoria femminile potrebbe dare nuovo slancio al mondo del lavoro.

Per questo sono stata felice quando ho avuto l’opportunità di affiancare Luigi Centenaro nei due workshop per Talent Donna e per la Momclass di Mammacheblog 2014: due iniziative organizzate da Fattore Mamma, che hanno alla base l’idea di “valorizzare il talento professionale femminile attraverso l’energia della Rete”.

Donne all’opera

In entrambi gli eventi il lavoro principale per le partecipanti è stato quello di trasformarsi per un giorno in Personal Branding Strategist di se stesse, usando il Personal Branding Canvas. [Continua…]