Rebrandly: fare Personal Branding con i propri link

I link sono diventati a tutti gli effetti una delle principali valute del mondo online.

A differenza dei beni materiali dove la rarità ne aumenta il valore, online più una pagina è diffusa e condivisa e maggiore è la sua importanza. Anche per questo motivo la pratica di utilizzare i propri spazi social per rilanciare contenuti è diventata in pochi mesi, una consuetudine per gran parte delle persone attive online.

Dalle bufale online alle notizie del giorno, dagli articoli per cui indignarsi alle pagine che suscitano emozioni più semplici, milioni di persone ogni giorno condividono link, utilizzando gli ormai onnipresenti tasti di share o copia/incollando l’url, l’indirizzo della pagina.

Rebrandly

Nel tempo sono così nati servizi, come Bit.ly ad esempio, che facilitano l’attività di pubblicazione di un indirizzo web.

Come scriveva Luigi qualche tempo fa su questo blog:

Se il tuo nome e cognome, al più lo pseudonimo, sono il tuo marchio, la prima cosa da fare è non perdere mai una buona occasione per farlo girare!

Uno dei servizi migliori per accorciare i link (detti anche URL shortener) è bit.ly che offre moltissimi vantaggi, tra cui un ottimo sistema di reportistica dei click. I link che vengono inseriti su quel servizio sono nel formato bit.ly/qualcosa, ma possono essere modificati in bit.ly/qualcosa_di_comprensibile.

[Continua…]

Switch: il Tinder del lavoro

Switch: mobile job search app

Spesso utilizziamo i Social nel modo scorretto: ognuno di loro ha un proprio scopo. Se li utilizziamo per divertimento non ci sono particolari conseguenze, ma diventa grave quando siamo nell’ambito della ricerca del lavoro: c’è chi confonde LinkedIn con Twitter o addirittura con un sito di appuntamenti! Probabilmente conoscerete la storia del’avvocato inglese Alexander Carter-Silk, 57 anni, che ha commentato su LinkedIn la foto della collega Charlotte Proudman, 27 anni, scrivendo «Charlotte, non sarà politicamente corretto dirlo, ma la foto del suo profilo è favolosa. Mai vista un’altra così. A mani basse vincerebbe il primo premio».

E se l’App che utilizziamo per cercare lavoro prendesse spunto dalla più famosa App di appuntamenti, copiandone il meccanismo, non sarebbe ancora più rischioso?

Tinder ci ha insegnato che la persona giusta può essere a uno swipe di distanza. Dunque perché non trasferire un format così ben funzionante per cercare il giusto posto di lavoro?

Questo deve aver pensato nel 2014 Yarden Tadmor, quando ha fondato Switch, l’app conosciuta appunto come “Tinder del lavoro”, di cui è CEO e fondatore.

Se tu abitassi negli U.S.A. e fossi alla ricerca di un lavoro ti basterebbe compilare un breve profilo, scorrere le offerte di lavoro e fare swipe verso destra o sinistra per candidarti a quelle che ti interessano o ignorare quelle che non fanno al caso tuo. Nel frattempo, i selezionatori farebbero la stessa cosa con il tuo profilo e quello degli altri candidati. In pochi minuti potresti trovarti in una chat informale con i selezionatori di Accenture, Facebook, Dropbox, eBay e Amazon. E qui devi giocare tutte le tue carte!

Tra l’altro Switch ti aiuta a risparmiare tempo nella ricerca perché, confrontando il tuo profilo con le varie job description, ti segnala solo le offerte che potrebbero interessarti. La stessa cosa vale se sei un selezionatore: ti vengono proposti solo i candidati con i requisiti adatti a ricoprire quel ruolo.

L’App potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui si ricerca lavoro, costringendo i candidati a rivedere le proprie strategie e a trovare soluzioni originali per stimolare l’interesse e catturare l’attenzione dei selezionatori, raccontandosi solo con brevi frasi e puntando tutto su poche parole chiave, come sta accadendo con #twesume, ovvero la diffusione tramite Twitter del proprio Curriculum Vitae – o profilo LinkedIn – compresso in soli 132 caratteri!

Personal Guerrilla Marketing su Twitter

Amo molto i modi con cui i creativi sanno sfruttare i meccanismi offerti dai Social Media (e le nostre debolezze) per farsi notare.
È ormai celebre il Google Job Experiment di Alec Brownstein che sfruttava la tendenza dei manager di fare Egosurfing su Google.

Cosa è possibile fare su Twitter?
Il team creativo Wonder Years ha avuto davvero una bella idea, facilmente applicabile anche ai singoli, ma prima di vederla due premesse:

Gli ultimi 5 Follower dei direttori creativi

Il collettivo di creativi Wonder Years ha notato due semplici fatti:

  1. I direttori creativi passano molto tempo su Twitter, vero Paolo Iabichino?
  2. Sulla tua homepage Twitter ti dice quali sono gli ultimi 5 utenti che hanno deciso di seguirti

Ha poi creato 5 account Twitter usando come immagine per l’Avatar delle lettere, fino a creare le parole “HIRE US“.
Ha fatto Follow in sequenza ai direttori creativi con ciascun account.
Ha ottenuto la loro attenzione e anche alcuni lavori!

Ecco il processo spiegato con un video:

Follow the Eyeballs

Come nel Google Job Experiment, funzionano quelle iniziative che sfruttano i posti dove noi mettiamo l’attenzione, dove vanno i nostri occhi!
E quali sono quelli più immediati?
Quelli che parlano di noi e solleticano il nostro Ego: Internet ce ne offre (purtroppo) davvero tanti!

Ma è anche fondamentale sottolineare, come facciamo spesso, che non basta fare un tentativo fine a se stesso.
Non può essere la tua creatività l’unico messaggio che trasferisci, a meno che tu non sia un creativo…
Occorre saper trasferire anche competenza e gli attributi del proprio Brand.

Vuoi provarci anche tu?
Dove è la tua attenzione ultimamente?

Grazie a Davide Rapetti per la segnalazione!

Guest post: La mia esperienza con il Personal Branding

Tocca a Roberto Cobianchi, grande esperto di Intranet, tecnologie per la gestione delle informazioni e di organizzazione dei contenuti, raccontarci qualcosa di interessante sul Brand Personale. Roberto, oltre ad essere un amico, è uno dei responsabili di BolognaIn.


La mia esperienza con il Personal Branding

Non avevo mai sentito parlare di Personal Branding (non si riesce a seguire tutto…!) fino a quando nello staff di BolognaIn è maturata l’idea di invitare Luigi Centenaro e Tommaso Sorchiotti a parlare proprio di Personal Branding, in vista dell’uscita del loro libro.

Tempo prima avevo scaricato l’e-book di Luigi. Per preparare la scaletta dell’incontro di BolognaIn, mi sono buttato a capofitto nella lettura dell’e-book e il 23 marzo la serata: Sabina Mossenta di Viadeo, Luigi Centenaro e Tommaso Sorchiotti per un evento dal titolo “Personal Branding: io come brand”.

Approfitto dunque di questo spazio sul blog per raccontare due esperienze personali legate al personal branding (il gioco di parole è inevitabile!).

La prima è legata proprio alla mia partecipazione allo staff di BolognaIn. Da poco più di anno collaboro alla progettazione e organizzazione degli eventi della business community nata a Bologna nell’estate del 2008. E’ un’esperienza interessante che mi consente di conoscere parecchie persone e, in occasione degli eventi, di essere in qualche modo un po’ in vista. Bene. Questo NON è personal branding. Gli manca la componente di comunicazione attiva: avviare e partecipare alle discussioni che avvengono sul gruppo di LinkedIn, tanto per fare un esempio.

La seconda è capitata proprio pochi giorni fa e riguarda Twitter. Come sapete Twitter è Lo Strumento di Microblogging per eccellenza. Su di esso le persone postano aggiornamenti di stato, condividono risorse interessanti trovate in rete, scambiano battute con “amici” o semplici follower, oppure “cazzeggiano” né più né meno di quanto fanno o farebbero su Facebook o FriendFeed.

Il mio utilizzo di Twitter è sempre stato “di rimessa”: rilancio dei post del mio blog personale e del blog aziendale, segnalazione di risorse interessanti reperite attraverso i feed che raccolgo su Google Reader, altre segnalazioni minori provenienti da Anobii, Slideshare… il tutto il più possibile in automatico. In pratica ho sempre limitato molto gli aggiornamenti diretti e “manuali” su Twitter, e l’ho sempre considerato più uno strumento di microsharing che non di microblogging: condividere risorse più che avviare e partecipare a conversazioni. La percezione che Twitter potesse essere uno strumento di personal branding era legata più a considerazioni razionali che non a prove provate: condivido cose interessanti, quindi rafforzo la mia immagine di persona che legge cose interessanti e quindi può essere lei stessa interessante.

Poi è accaduto un fatto che ha radicalmente modificato questa impostazione. Il 5 e 6 maggio ho partecipato a Better Software, una conferenza che si è svolta a Firenze durante la quale ho anche tenuto un intervento nel tardo pomeriggio del secondo e ultimo giorno. Forse uno dei momenti peggiori per parlare: la stanchezza del secondo giorno, e il poco tempo per proseguire la discussione nei corridoi dopo l’intervento, per scambiare bigliettini da visita, per ricevere (eventuali) complimenti. Durante le due giornate, armato di pc connesso in wi-fi e tweetdeck ho “twittato” abbastanza sistematicamente durante tutti gli interventi cui ho assistito, riportando affermazioni dei relatori, aggiungendo commenti e ritwittando aggiornamenti di altri.

Durante il mio intervento, una persona ha twittato il messaggio qui sotto. Cosa è accaduto? Molto in piccolo, è accaduto che un cambiamento della strategia di presenza e di comunicazione ha generato un livello di riconoscimento professionale e di “brand” efficace e sicuramente più promettente.

#bsw2010 Ho scelto come ultimo talk @intranetlife in base ai suoi tweets. Avevo ragione 😉less than a minute ago via Tweetie