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    Narrare noi stessi: tante possibili versioni per un unico obiettivo

    Abbiamo mai pensato di preparare una presentazione di noi per spiegare a un estraneo, in tre minuti, perché dovrebbe sceglierci? E ci siamo mai messi alla prova con una nostra lettera di presentazione calibrata su chi la leggerà? Vista da un’altra angolazione: c’è un modo più efficace per raccontare noi stessi così da far capire chi siamo e non solo che cosa facciamo?

    Quando raccontiamo noi stessi, possiamo pensarci come degli sceneggiatori di un film che decidono di usare la storia che raccontano per far passare il proprio punto di vista sulle cose.

    Raccontare noi stessi come se fossimo gli sceneggiatori di un film

    Foto

    Allo stesso modo in cui la struttura della storia rivela come vede e interpreta il mondo lo sceneggiatore, così la narrazione di noi stessi testimonia il perché e il come siamo arrivati a essere ciò che siamo e a fare ciò che facciamo. Soprattutto mette chi ci ascolta o ci legge in diretto contatto con il nostro modo di pensarci in relazione agli altri e al mondo.

    “La mappa non è il territorio”

    (Alfred Korzybski, ingegnere e matematico polacco)

    Attenzione: la nostra percezione del mondo non è il mondo.

    Questo significa che, quando ci raccontiamo, i pensieri che traspaiono e le convinzioni che emergono non sono il mondo, ma il modo in cui noi lo vediamo e, soprattutto, non sono gli unici pensieri e le uniche considerazioni che si possono fare su di esso. Ognuno ha il suo modo di vedere le cose, il suo punto di vista, la sua mappa, appunto.

    Ecco perché non ci dobbiamo stupire se, raccontandoci, attribuiamo un valore diverso, a volte opposto, a una stessa situazione o esperienza: è come abbiamo vissuto quella situazione o quell’esperienza che cambia e che può essere descritto in tanti modi diversi quante sono le parole che possediamo nel nostro vocabolario linguistico personale.

    L’insieme di parole che usiamo costituisce la rappresentazione in simboli della nostra esperienza del mondo. Le parole, cioè, rappresentano la nostra mappa mentale della realtà, il modo in cui noi la vediamo e i diversi valori che noi attribuiamo alle cose.

    Ecco perché la mappa non è il territorio. La mappa è il nostro modello di realtà, il nostro punto di vista su di essa, non la realtà.

    Come parla! Le parole sono importanti!

    (Nanni Moretti alla giornalista che si esprime a forza di frasi fatte e luoghi comuni nel film “Palombella rossa”)

    Fare una narrazione efficace di noi significa quindi far emergere la nostra cosmologia personale come fanno gli sceneggiatori, certo, ma anche sintonizzarci sul punto di vista del nostro interlocutore. Usare le parole, le espressioni e i riferimenti culturali adeguati a chi ci legge o ci ascolta è fondamentale, se vogliamo ottenere attenzione, ascolto e infine adesione o accordo.

    Poniamo di scrivere una ricetta per uno dei numerosissimi siti di ricette che ci sono in rete: “con l’aumentare del riscaldamento [dell’olio] si assiste ad una trigliceridolisi sempre più intensa, alla quale consegue un aumento di acidità per distacco del glicerolo dagli acidi grassi che lo sterificano” (Questa citazione deriva da un famoso libro di ricette raccolte da Pellegrino Artusi tra il 1891 e il 1911).

    Ipotizzando che i nostri lettori siano di media cultura, se scriviamo così facciamo un errore grossolano. Usiamo cioè parole come “triglicerisolisi”, “aumento dell’acidità”, “glicerolo”, “acidi grassi” e “sterficano” che non sono per nulla alla portata del nostro pubblico. E tutto solo per dire che cosa succede quando mettiamo a friggere qualcosa.

    Quindi, come per scrivere una ricetta dobbiamo sintonizzarci sul possibile grado di conoscenza della lingua italiana del nostro pubblico, allo stesso modo, nella narrazione di noi dobbiamo far emergere con chiarezza chi siamo e che cosa sappiamo fare, ma dobbiamo anche metterci dal punto di vista dei nostri interlocutori e usare le parole più adatte in quella determinata situazione.

    Ecco perché sarebbe utile imbastire diverse narrazioni a seconda del nostro pubblico: Linkedin, un cacciatore di teste, l’HR di un’azienda, l’amministratore delegato di una piccola società, un collega freelance, chi fa i colloqui per un’agenzia interinale…

    La narrazione di noi stessi è lo strumento più potente per comunicarci. Calibrarla sugli interlocutori che di volta in volta abbiamo ci aiuta a renderci più credibili.

    Ma non basta nemmeno questo, per essere davvero efficaci.

    Lo spettatore non deve solo capire, deve credere

    (Story, Robert McKee)

    Una buona narrazione non è solo l’incarnazione delle nostre idee, ma deve portare allo scoperto anche le nostre passioni, perché solo così riesce ad agganciare il cuore, non solo la testa, di chi la ascolta.

    Nel cinema, una storia ben raccontata fornisce un’esperienza emozionale significativa: vediamo fatti, cogliamo dettagli, inanelliamo supposizioni e, soprattutto, patiamo e gioiamo insieme al protagonista. Insomma, usiamo i sensi e l’intuito, ci lasciamo prendere dall’emozione.

    Anche nel caso della narrazione che noi facciamo di noi stessi la marcia in più è il coinvolgimento emotivo dei nostri interlocutori. Ma come si ottiene? Esibendo improbabili lacrime di commozione? Abbassando la voce e facendola diventare roca? Per carità.

    James DeanFoto

    Nel cinema, per provare empatia il pubblico deve condividere con il protagonista anche solo una qualità: questo lo porta a identificarsi con lui o con lei e a tifare perché ce la faccia. Per provare un qualsiasi coinvolgimento emotivo il pubblico deve credere, ma può farlo solo se sente che il protagonista è autentico, se le parole che usa, i gesti, i modi di agire e reagire hanno una loro coerenza.

    Allo stesso modo, quando raccontiamo chi siamo (e quindi, come abbiamo visto, anche che cosa pensiamo di noi stessi e del mondo) non è utile nasconderci dietro asettici stereotipi o descrivere solo successi e infinite distese di traguardi raggiunti.

    Non è forse vero che ci piacciono i film in cui il protagonista cade e si rialza in una danza di alti e bassi che conduce lui, e anche noi, a un finale in cui tutto, nel bene o nel male, si risolve?

    Allora, perché gli interlocutori delle nostre narrazioni dovrebbero provare empatia per noi quando ci esprimiamo così?

    Da responsabile del customer care la mia policy era portare la mia squadra ad erogare un ottimo livello di servizio, mantenendomi al contempo fedele alle linee guida che mi venivano assegnate dal mio responsabile e calandomi nella realtà aziendale del cliente.

    Oppure, se, alla richiesta di elencare il nostro più grande difetto noi rispondiamo così?

    Un mio grande limite è che sono sempre esageratamente perfezionista, non mi accontento mai. E sono anche piuttosto ostinato: di fronte a un obiettivo non mi tiro mai indietro.

    Se il racconto di noi stessi inanella un successo dietro l’altro, non solo risultiamo non credibili, ma rischiamo di passare pure per antipatici.

    Non credibili perché tutti, prima o poi, fanno errori, mancano appuntamenti, cedono. Ed è proprio questa democrazia delle cadute che fa provare empatia per un racconto dove noi sbagliamo, ci accasciamo, ma poi troviamo la strada per tirarci su e ritornare a guardarci allo specchio con serenità.

    Antipatici perché, di nuovo, l’incontro con mister perfezione o miss-raggiungo-tutti-i-traguardi-senza-fatica lo fanno tutti e magari più volte. Che cosa potrebbe impedire ai nostri interlocutori di vendicarsi proiettandoci addosso un fastidio covato da tempo e mai espresso?

    Quindi:

    • la narrazione di noi stessi è lo strumento in più per far emergere che tipo di persone siamo
    • usare parole ed espressioni calibrate sui nostri interlocutori ci consente di “declinarci” con più efficacia a seconda dei contesti
    • raccontare le nostre esperienze in modo che fallimenti e successi costruiscano la trama di una storia di cui noi siamo protagonisti coerenti e consapevoli, ci rende veri.

    E l’autenticità paga.

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