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    I segreti della foto profilo per gli studenti IULM

    Mercoledì 12, nel corso di una lezione di Luigi Centenaro sul Personal Branding all’Università IULM di Milano per gli studenti del corso di Laurea Magistrale in Digital Marketing Management, abbiamo lavorato sulla foto profilo. Un percorso per far elaborare ai ragazzi il loro Personal Brand, usando come strumento il Personal Branding Canvas è stata anche l’opportunità di invitare Milo Sciaky, fotografo professionista e fondatore di Around Gallery, autore del libro fotografico Portraits of a Land (nonché della nuova foto profilo di Luigi!) e della foto di Domitilla Ferrari per il suo nuovo libro, Due gradi e mezzo di separazione.

    L’idea era di offrire ai ragazzi delle immagini che potessero usare sui loro account social e che rispecchiassero la loro strategia.

    Milo Sciaky in IULM

    Foto: Erika Ghezzi©

    Milo, invece, ha arricchito l’esperienza con una lezione introduttiva, rapida ma rilevante, sul significato di un ritratto fotografico, sui diversi tipi di composizione che può avere e sull’importanza della luce, che può cambiare la drammaticità narrativa della storia che il ritratto racconta.

    Ho intervistato Milo perché ci desse qualche consiglio e ci parlasse della sua esperienza.

    Ci racconti quali sono i tre formati tipici di un ritratto?

    Personalmente li divido proprio in queste 3 categorie: il primo piano del viso, in modo che ne risalti l’intensità espressiva. La gestualità delle mani accompagnata al ritratto, che fornisce spunti rappresentativi spesso inattesi, contribuendo a dare dinamicità e armonia alla composizione. In ultimo il ritratto ambientato, in cui il soggetto viene fotografato in un luogo che caratterizzi la sua professione (ad esempio il suo ufficio) o sintetizzi un concetto particolare riferito al suo carattere, come può avvenire in un banale esempio che associ l’idea di libertà e spensieratezza con la scenografia di uno sconfinato campo di grano.

    Hai parlato ai ragazzi anche delle foto profilo scattate con i cellulari, magari da amici, e dei famosi “selfie“: che valore può avere secondo te questo tipo di foto e quanto valore aggiunto dà uno scatto professionale?

    Mi sono accorto troppo tardi di aver pronunciato quella parola. Ormai era uscita!

    A parte gli scherzi si, ho voluto estremizzare il concetto proprio per far capire ai ragazzi che per scattare una buona fotografia non sono indispensabili l’ultimo modello di fotocamera e le pesanti luci da set fotografico che avevo portato con me. Ho detto loro che io stesso sono un professionista parecchio poco legato al mezzo tecnico, ma più sensibile all’aspetto comunicativo ed espressivo.

    Proprio per questo ritengo che sia fondamentale prima sfatare il mito per cui basti un cellulare o una macchinetta compatta per scattare una fotografia ottenendo lo stesso risultato che otterrebbe un autore esperto. La pratica fotografica, infatti, si serve della luce, che è un fattore esterno allo strumento.

    Solo comprendere le dinamiche con cui essa interagisce nello spazio, sviluppare una sensibilità verso gli schemi visivi che sono alla base della composizione, ma soprattutto avere tanto l’idea, quanto la giusta cultura rende possibile conseguire ottimi risultati, indipendentemente dal mezzo.

    Farsi fotografare crea sempre un po’ di imbarazzo. Che rapporto cerchi di instaurare con le persone che vuoi ritrarre e come le porti a sentirsi a loro agio?

     Alla base c’è la valutazione di vari elementi. Uno studio preliminare del profilo in base al quale adattare il proprio comportamento in sede di scatto. Cerco di avere un’idea piuttosto chiara di una persona prima di incontrarla. Chiedo, quindi, che mi fornisca un certo numero di informazioni, in modo da essere preparato.

    Non tutti sono professionisti della posa, anzi! È possibile incontrare un soggetto timido con il quale è necessario intrattenersi maggiormente in chiacchiere informali prima di iniziare con le fotografie, oppure una persona esuberante e coinvolgente per la quale l’ultimo dei problemi è rappresentato dalla possibilità di sentirsi a suo agio e per cui bastano pochi scatti per essere entrambi soddisfatti.

    L’importante è “leggere” nel modo più efficiente possibile la situazione, cercando di ottenere il meglio per lo scatto finale. L’efficacia, poi, dipende sì dalla correttezza della valutazione, ma anche da fattori esterni su cui è più difficile incidere. E’ mai capitato a nessuno di svegliarsi con la luna storta? Beh, e se proprio in quella giornata uno sconosciuto vi chiedesse di sorridere davanti a un obiettivo per più e più volte, senza che ci sia nulla da ridere?

    C’è una parte del volto su cui ti concentri particolarmente quando scatti?

    Lo sguardo regge il ritratto nel caso di un primo piano, quindi direi gli occhi. Sì.

    Il tuo intervento concludeva una lezione sul Personal Brand: come hai scelto cosa raccontare in ogni ritratto?

    In quella situazione mi ha aiutato molto il fatto che i ragazzi avessero appena intrapreso un percorso finalizzato alla creazione di una consapevolezza verso l’importanza dell’immagine e i modi per ottenerne una efficace. È stato piuttosto semplice applicare in serie la casistica in cui viene chiesto al soggetto chi sia e cosa intende esprimere, facendola seguire da quella in cui questa identità viene trasposta alla realizzazione della fotografia.

    È stato un esercizio utile anche per me, perché aver avuto a disposizione un tempo limitato per ogni studente mi ha obbligato a trovare il modo più rapido per giungere a un buon risultato. Alcuni ragazzi erano decisi, altri più titubanti. C’era chi sapeva cosa voleva comunicare e chi ha lasciato che fossi io a gestire la situazione. Il racconto è stato la somma delle informazioni che mi hanno fornito in prima persona, quelle che ho dato per scontate dall’ambiente accademico in cui ci trovavamo e di un pizzico di improvvisazione, che è un ingrediente molto importante, poiché delega al caso l’emersione di un particolare aspetto non contemplato dal ragionamento.

    Luigi ha proiettato un documento che mostrava i feedback della classe su come ogni ragazzo era percepito: in che modo ti ha aiutato?

    Questo è un punto interessante: una delle prime cose che ho detto agli studenti aveva a che fare con l’importanza di decidere il modo in cui avrebbero voluto che la gente li percepisse. Mi sarebbe stato utile una volta che fosse arrivato il loro turno di ritratto.

    Il documento proiettato da Luigi atteneva invece al modo in cui gli altri percepivano la persona. L’incombenza di chi fosse tenuto a fornire l’informazione era trasferita al pubblico.

    La dimostrazione del peso di questo aspetto è arrivata praticamente subito quando, al secondo ritratto, ho chiesto a un ragazzo che presentava un vistoso tatuaggio se intendesse o meno metterlo in mostra o se preferisse celarlo. Naturalmente “il cliente” era lui e non avrei preso una decisione autonomamente. La valutazione estemporanea che ho elaborato mi faceva ritenere che la foto indirizzata a un profilo professionale escludesse a priori quel tipo di segno. Ragionavo secondo i miei codici e le esperienze fin lì sostenute. La risposta che il ragazzo mi ha dato è stata emblematica e ha risolto in un colpo solo quasi tutte le casistiche relative al ritratto (almeno per quanto mi riguarda): voleva proprio che il tatuaggio si vedesse, era una decisione ragionata, e così la relazione tra come voleva mostrarsi lui e la consapevolezza del modo in cui si stava presentando pubblicamente ha fatto sì che in me saltassero i limiti connessi con la situazione di incertezza imposta dalle diverse percezioni del modo di comunicare. Avevo capito cosa voleva e ho cercato di rendere al meglio la situazione nello spazio, credo, di 5/6 click dell’otturatore per un totale di meno di 60 secondi.

    Gio Russo by Milo Sciaky

    In foto: Gio Russo,  © Milo Sciaky

    Hai fatto scatti a un’intera classe di ragazzi: quali sono le difficoltà che hai incontrato?

    Sicuramente il poco tempo che ho potuto dedicare a ognuno di loro.

    Qual è stata, invece, la cosa più piacevole?

     L’attenzione.  È vero che il contesto in cui ci trovavamo esulava dalla consuetudine accademica, ma ho percepito l’interesse verso quello che dicevo.

    Effettivamente i ragazzi si sono dimostrati particolarmente coinvolti, Milo ha fatto davvero un ottimo lavoro. A breve spero di aggiungere a questo articolo i link di qualche ottimo profilo Linkedin!


    Milo Sciaky Milo Sciaky è fondatore e direttore di Around Gallery, una galleria “pop-up” che compare con la sua offerta artistica in un luogo, poi scompare per ricomparire in un posto diverso. Si è dedicato alla fotografia molto presto, facendo da assistente fotografo per Bob Krieger, con il quale si è focalizzato sulla fotografia di moda e sui ritratti. Dopo la laurea in Economia è diventato fotoreporter professionista. Le sue immagini sono state pubblicate su giornali e riviste nazionali e internazionali.

    1 commento

    1. E’ una grande e piacevole sorpresa aver letto di Milo e del suo percorso professionale, ci siamo conosciuti tanti e tanti anni fa durante impegnative esperienze sportive. Quello che ricordo di lui e’ proprio quel bel sorriso aperto ed espressivo 🙂
      Entrambi dal wushu al web2.0 tra fotografia e social media marketing

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