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    Storytelling: perché raccontare chi siamo…

    Qualche settimana fa mi ha contattata una signora modenese che ha appena aperto una Start-up. Stava cercando qualcuno che prendesse in mano la sua storia: più sui 50 che sui 40, si è licenziata da qualche mese e ha aperto un’azienda tutta sua. Poi arriveranno i soci. Nel frattempo è lei il front end ed è lei che si smazza clienti e strategie.

    Minuta e scattante come possono esserlo solo le donne decise, ha passato due ore a parlarmi guardandomi dritta negli occhi. Il suo obiettivo era trovare “qualcuno” che facesse rientrare pezzi importanti della sua vita all’interno della storia della sua nuova azienda.

    Vista dall’altro punto di vista, per lei quell’azienda era la diretta conseguenza di alcuni fatti di vita. Non le interessava aggiungere un tassello al suo curriculum, le interessava raccontare il perché.

    Raccontare chi siamo

    Non è quello che vogliamo ogni volta? Raccontare il perché delle scelte che facciamo. Chi lascia un lavoro, chi si reinventa, chi sbaglia strada e poi si lancia con l’elastico da un ponte per recuperare il tempo perduto.

    Raccontando chi siamo, non solo ciò che facciamo, è come se se ci mettessimo a raccontare la Storia che sta dietro a tutte le storie. Parliamo di noi in termini di personaggio che parte da una certa situazione di equilibrio, scopre di volere altro o è spinto a cercare altro, affronta varie prove e poi riesce a tornare in una situazione di nuovo equilibrio, oppure capisce finalmente quale sia la strada per arrivarci.

    Ecco che la narrazione del proprio vissuto diventa anche il punto di partenza per imbastire il proprio futuro. Non ci è più sufficiente ciò che contiene il curriculum vitae, anche se su di esso occorre spendersi con energia: sono d’accordo con la mia amica Serenella Panaro quando sostiene che sia un ottimo lavoro di consapevolezza su ciò che si è e sulla propria direzione.

    Credo che raccontarsi sia un passaggio ulteriore da fare quando si pensa di aver finalmente unito i famosi puntini di Steve Jobs. Quante volte, infatti, guardandoci indietro abbiamo scoperto di aver più o meno faticosamente camminato su un unico lungo percorso (spesso a ostacoli)?

    Fare storytelling di sé significa giocare a carte scoperte: mettersi davanti al proprio curriculum, oppure finalmente scriverlo, oppure completare il proprio profilo LinkedIn, oppure guardare con una certa distanza la propria mappa mentale, oppure concentrarsi sui Post-it gialli riempiti facendo il Personal Branding Canvas di Luigi e poi… e poi provare a riassumersi.

    Che verbo passato di moda, vero? Però non è una parola così retrò quando in inglese diventa resume.

    Storytelling: scrivere di sé
    Foto

    Riassumersi

    Riassumersi significa trovare il filo che cuce insieme i pezzetti di strada che abbiamo fatto tenendo insieme vita e lavoro. Significa non scartare nulla di ciò che si è vissuto, perché tutto va visto in funzione del nostro prossimo obiettivo. E questo obiettivo può essere cambiare lavoro o anche solo cambiare il nostro approccio a esso, o magari prendere finalmente consapevolezza di ciò che si è e di ciò che si VUOL fare.

    Eccolo qui il nocciolo della questione. Se in un normale curriculum questo bellissimo verbo servile – volere – non trova dimora, nel racconto di sé è il punto attorno al quale tutto ruota. Qui possono benissimo trovare posto le aspettative e i sogni. Che cosa voglio fare di me? Adesso che sono vicino agli –anta, che cosa mi fa sognare a occhi aperti come se fossi ancora un bimbo con tutta la vita davanti? E, udite udite, il racconto di sé può tenere dentro addirittura le paure. Sì, perché, come in una qualsiasi storia che si rispetti, l’eroe che vuole conquistare qualcosa o qualcuno si trova davanti degli ostacoli, ha paura, combatte e, alla fine, ce la fa.

    Quando ci raccontiamo, scaviamo dentro di noi per cercare le parole che ci stiano addosso come un comodo abito su misura e facciamo un incredibile lavoro di scelta. Non scriviamo tutto buttando alla rinfusa fatti e situazioni, ma ricerchiamo il bandolo della matassa, il filo rosso che ci ha tenuti a galla anche nei momenti in cui l’impatto delle onde ci sembrava troppo forte.

    E la scelta dei fatti porta con sé un’operazione di sintesi niente male: non potremo fare il romanzo della nostra vita, ma ci accontenteremo di un racconto breve, ben scritto e davvero rappresentativo di ciò che siamo.

    Insomma, capire da dove si viene serve a mettere in prospettiva dove si vuol andare e a focalizzarsi sui propri punti di forza. Che cosa so fare? Che cosa mi piace fare? Dove rendo al meglio delle mie possibilità?

    Noi non siamo solo i clienti che abbiamo avuto o i posti in cui abbiamo lavorato: siamo la storia che abbiamo vissuto da protagonisti.

    Storytelling di sé come strumento di Personal Branding, allora? Certo che sì. Perché chi ci legge possa capire chi c’è dietro il nostro nome e, in molti casi, decidere che è proprio noi che sta cercando.


     

    Annamaria Anelli è Business Writer, E-learning Instructional Designer, formatrice sui temi della scrittura efficace. Parole e mappe mentali per sperimentare le innumerevoli potenzialità dello storytelling. Per raccontare ciò che si è, non solo ciò che si fa.
    La trovi su Twitter e sul suo Blog: www.aanelli.it

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