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    Personal Branding e Politica: le lezioni della Puglia

    Ho incrociato Dino Amenduni qualche tempo fa in occasione di un ToscanaLab, ad Arezzo. In quell’occasione si parlava di come Internet può migliorare la vita dei giovani e Dino ha portato la sua esperienza come responsabile della comunicazione politica online di Nichi Vendola (qui l’ottima pagina Facebook) e Michele Emiliano, diventati poi rispettivamente governatore della Puglia e sindaco di Bari.

    Dino ha 26 anni ed è responsabile nuovi media e consulente per la comunicazione politica di Proforma. Laureato in Psicologia della Comunicazione con Master in Marketing, è anche giornalista pubblicista e blogger de Il fatto Quotidiano.

    Ad Arezzo la presentazione illustrava il lavoro in campagna elettorale con EmiLab di Michele Emiliano per le amministrative del 2009 e La Fabbrica di Nichi per le Regionali del 2010.
    Ho approfittato della disponibilità di Dino per girargli delle domande dirette sul tema Brand Politico e Comunicazione. E ne sono emersi ottimi spunti di riflessione.

    Hai curato le ultime due campagne di comunicazione online di Emiliano e Vendola. Quali i punti in comune e quali le differenze?

    Il principale punto in comune è la presenza di parti importanti della squadra che ha curato le due campagne elettorali, in particolare Proforma per la creatività con il mio contributo sui social network, in entrambe le sfide. Inoltre l’appartenenza allo stesso contesto territoriale e politico (Puglia, centro-sinistra) ha favorito processi evolutivi o del tutto speculari nelle due campagne.

    Le differenze sono legate alle due personalità e alla differente competizione elettorale. Michele e Nichi hanno tanti punti di contatto ma anche tante differenze caratteriali, il primo ha un profilo meno politico del secondo e anche il livello di innovazione delle campagne è stato differente. Questo è dovuto anche al fatto che una campagna per le amministrative è davvero molto diversa rispetto a una campagna per le Regionali. Quando si sceglie un sindaco l’intera città si attiva e fa il tifo per una o per l’altra fazione. La competizione regionale è invece vissuta con meno trasporto emotivo e più razionalità, di qui anche le conseguenti scelte del tono della comunicazione, degli strumenti e degli obiettivi.

    Quali sono le difficoltà nel comunicare un Brand Politico, al di là del singolo personaggio?

    La difficoltà principale è culturale: in Italia, se vuoi costruire un brand politico, sei ritenuto automaticamente un berlusconiano. Quando gli italiani guardano Obama non si sognerebbero mai di dire che è un populista o che scimmiotta Berlusconi; da noi l’utilizzo scientifico delle leve di comunicazione rappresenta automaticamente un appiattimento verso lo stile comunicativo del Premier. Questo sentimento è molto vivo tra gli elettori di centro-sinistra ed è molto difficile da superare.

    Inoltre i livelli di disaffezione verso la classe politica sono tali che conseguire feedback davvero significativi è dura per un personaggio politico. Ancor più difficile è evitare feedback negativi, risposte polemiche, domande scomode o insulti, che spesso vengono censurati. Questo è l’errore più grave che un politico può fare quando comunica.

    L’altro problema è negli strumenti: è difficile giocarsela alla pari in uno scenario dove il Presidente del Consiglio è titolare di tre televisioni e ne controlla politicamente altre tre: l’unico terreno di scontro democratico è (per ora) Internet, dove si può fare la differenza. Questo avviene però in uno specifico settore dell’opinione pubblica, già sufficientemente istruito e attento e dunque non è sufficiente. Nel mondo occidentale (e non solo in Italia) lo strapotere del mezzo televisivo come formatore dell’opinione pubblica è evidente ancora oggi, anche se via via diminuendo.

    Quali possono essere gli elementi di comunicazione online di ogni “Brand” Politico?

    Lo scenario italiano è per forza di cose semplificato. I social network davvero significativi dal punto di vista della massa critica sono molto minori, per numero, rispetto ad altre nazioni o agli Stati Uniti, citato come paradigma globale di questo tipo di comunicazione dopo l’affermazione di Obama nel 2008. Avere un buon sito, una sezione blog costantemente aggiornata, e profili sempre attivi su Facebook, Twitter e Youtube è al momento sufficiente per condurre una buona campagna elettorale nel nostro paese.
    Ritengo che il mezzo video sia il più importante (ed è utilizzabile su tutte le piattaforme che ho menzionato): unisce ascolto e visione, comportamento attivo (attraverso i commenti o la semplice condivisione) e passivo, è ben più emotivo di altri mezzi, ci permette di vedere la faccia e l’espressione del protagonista e dunque favorisce i meccanismi di empatia. Non è un caso che l’uso della videolettera, usata con insistenza da Nichi durante le Primarie in Puglia nel 2010, ora sia la norma. Non abbiamo inventato nulla 🙂

    Come il web sociale può aiutare un candidato? Su cosa puntare e quali sono i terreni minati?

    Il web sociale aiuta un candidato nella misura in cui si interessa realmente alla vita e alle opinioni delle persone che gli scrivono. Un utente che scrive sul profilo pubblico di un candidato si espone pubblicamente e lo fa ancor di più se si spende a favore di quel candidato. Questo tipo di impegno andrebbe apprezzato e valorizzato in ogni caso, ancor di più se le discussioni portano elementi costruttivi per la riflessione o permettono al candidato e al suo staff di scoprire alleati tra i volontari e tra la gente comune, magari solitamente distante dal mondo politico.

    Dunque bisogna dedicare tempo, energie e passione ai social media. È ancora troppo frequente la distorsione secondo cui il web 2.0 rappresenta solo “un altro luogo dove andare a prendere voti” (anche perché la correlazione diretta tra uso dei social media e consenso è sostanzialmente non dimostrabile) o “un altro posto dove pubblicare i comunicati stampa”. I social media richiedono logiche e grammatiche specifiche, le stesse che ognuno di noi utilizza per aggiornare i propri profili. La gente si aspetta che il politico, se è presente su FB, si comporti esattamente come noi, parlando di sè e non solo della sua attività istituzionale, condividendo i propri punti di forza con la stessa naturalezza con cui parla delle sue debolezze.

    Se non si ha voglia di essere onesti, tempo da dedicare o risorse umane che possono aiutarci, è meglio essere sinceri con il proprio elettorato e non usare i social media, strumenti che danno moltissimo in termine di partecipazione, entusiasmo e passaparola ma chiedono altrettanto impegno e dedizione.

    Come i giovani vogliono relazionarsi con il personaggio e il partito politico?

    La comunicazione via social media è più semplice quando il riferimento è una persona, meglio se il leader di un partito, di un movimento o di una coalizione. Comunicare con i partiti è complicato, soprattutto se questi ultimi sono portatori di istanze contraddittorie su specifici punti. Se un dirigente dice pubblicamente una cosa e un altro dirigente della stessa formazione ne dice un’altra, l’utente non sa a chi rivolgersi e teme la polifonia, dunque decide di dialogare con i diretti interessati, ora che il web 2.0 lo consente.

    Detto questo, credo che i giovani abbiano bisogno, prima di tutto, di identificarsi con un personaggio politico, così come sentono il bisogno di affiliarsi tra loro o di seguire personaggi pubblici per ciò che dicono e ciò che fanno. Perché questa identificazione sia possibile, il politico deve parlare con un linguaggio che sia perlomeno affine al loro e soprattutto deve occuparsi di temi che interessano davvero la vita dei giovani.

    Questi temi sono spessi esterni al linguaggio della politica: io ad esempio sostengo (e spesso mi becco delle occhiatacce) che un politico, sulla propria fanpage, debba anche pubblicare che musica sta ascoltando in quel momento, che libro sta leggendo, o opinioni su attività non strettamente attinenti alla sfera professionale proprio per favorire quel processo di umanizzazione, democratizzazione e identificazione di cui la politica italiana, percepita come distante dai problemi dei cttadini, avrebbe un gran bisogno.

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