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    Il gatto con gli stivali e il Personal Branding

    Luca Vanin continua con la sua serie di Guest Post sul nostro Blog. Qui, tra le altre cose, mi ha fatto pensare ad un nuovo modo di vedere la figura del Personal Branding Strategist: come il gatto con gli stivali!

    Luca Vanin, collaboratore dell’Università di Milano Bicocca, membro del CKBG, Laureato in Filosofia e Psicologia, moderatamente tecnofilo. Si occupa di comunicazione e formazione online, con una particolare inclinazione sui Webinar. Collabora con aziende e privati per semplificare i processi, valorizzare l’utilizzo intelligente delle tecnologie e prolungare nel tempo i risultati dei cambiamenti positivi.


    Il gatto con gli stivali è sempre stata una delle mie favole preferite. Da bambino adoravo la figura del gatto, il suono di quel “marchese di Carabas” che il disco gracchiante delle Fiabe (“a mille ce n’è….”) continuava a ripetere.

    Oggi capisco che quella favola nasconde in sè un’idea decisamente stimolante e racconta la storia di decine e decine di persone che credono in un sogno, e ci credono tanto! Queste persone amano a tal punto quello che fanno che non si accorgono che qualcun altro sta godendo immeritatamente dei frutti del loro lavoro e non solo non ne restituisce il giusto riconoscimento, ma probabilmente non ne capisce nemmeno il valore.

    Ma procediamo con ordine.

    Innanzitutto la storia del Gatto con gli stivali (rileggila qui o ascolta l’originale qui). In estrema sintesi, il figlio di un mugnaio eredita un gatto parlante che si rivela un tesoro: intrigante, sveglio e strategico, crea una serie di circostanze che portano il padrone a sposare la (ricchissima) donna dei suoi sogni e passare dal completo anonimato al successo.
    E cosa c’entra con il Personal Branding? Un attimo di pazienza…

    Il marchese irriconoscente

    La riflessione che vi porto nasce dalla mia esperienza diretta e dal confronto con alcuni colleghi che hanno vissuto la medesima esperienza, alcuni in modo assolutamente consapevole, altri accorgendosi per tempo di quanto stava accadendo.

    Ho lavorato in Università per dieci anni. Lo so, l’Università italiana è un mondo a parte, ma quello che è accaduto a me potrebbe accadere ad altre persone in contesti professionali e lavorativi del tutto differenti. Quello in Università è stato per me un periodo che posso definire davvero formativo ed entusiasmante: dottorato, tirocinio, assegno di ricerca, concorsi, ecc. Ho provato tutto, ma proprio tutto: dalla piacevole sensazione di essere il centro del mondo quando presenti ad un convegno (vale le prime tre volte, alla quarantesima diventa routine!) alla soddisfazione di leggere dagli output di una tabella il risultato che ti aspettavi e che nessuno fino a quel momento aveva trovato!

    Il mondo della ricerca è fatto così: ogni giorno devi essere in grado di vedere nelle piccole cose grandi passi avanti, altrimenti la passione e il piacere di fare uno dei lavori più belli del mondo scema velocemente.

    In quegli anni, credo di essermi comportato come il Gatto con gli stivali: ho servito un fantomatico marchese di Carabas, facendo tutto il possibile perchè la grande macchina andasse avanti e il mio contributo fosse sempre impeccabile, a prova di concorso. Il mio lavoro era motivato da una causa esterna… qualcosa che aveva sempre idealmente a che fare con commissioni giudicatrici, bandi, presidenti di commissione, “esperti” spesso discutibili (ed è un eufemismo). Ogni mia azione era mirata ad un risultato promesso o previsto, ad un futuro sempre immaginato e venduto come prossimo a venire in tempi brevi.

    Tuttavia, come spesso capita in ambienti in cui le risorse sono scarse e gestite con approssimazione, quel marchese si è rivelato spesso inconsapevole, irriconoscente, incapace di far fruttare i risultati del mio lavoro. Non parlo di una persona in carne e ossa, ma di qualcosa di più ampio. Lavoravo per uno scopo (diventare ricercatore), lavoravo per alcune persone (semplifichiamo con “clienti interni”!). Ad un certo punto mi sono guardato attorno, ho fatto un esame di realtà e mi sono lanciato definitivamente fuori da quelle mura, diventando artefice del mio destino.

    L’energia dell’indipendenza

    Le fasi sono diverse, naturalmente: prima il disincanto, poi la consapevolezza di quante cose abbia imparato da quel mondo e allo stesso tempo il desiderio di aria fresca, di avere l’opportunità di scegliere, anche senza l’insindacabile giudizio di “esperti”. Tra alti e bassi questo nuovo ossigeno si chiama “libera professione” (o “free lance”, che fa figo!) e rappresenta l’opportunità di esplorare qualsiasi campo ti venga in mente, collaborando di volta in volta con persone diverse, su idee nuove, su progetti sempre più intensi e soddisfacenti.

    L’energia che produce questo tipo di esistenza è immensa, soprattutto per la vena creativa che ti permette di mettere in atto, per la libertà con cui riesci ad esprimerti in un mondo che ti risulta sempre più aperto e “balsamico”!

    Ad un certo punto, qualche mese fa sono entrato in contatto con il Personal Branding, in particolare con un bel po’ di materiale di Luigi Centenaro (che ringrazio per questa e altre ospitate!).

    Lo conosco di persona, ci scambio un sacco di idee, confrontiamo prospettive diverse, ho la possibilità di apprezzare l’energia che mette in ogni suo progetto e la profondità della sua visione.
    Mi accorgo quasi subito che il Personal Branding ha molto a che fare con il “felino stivalato”. No, dai, non mi sono bevuto il cervello! 🙂

    Il tuo Personal Branding Strategist interno

    Il Personal Branding focalizza le risorse che spendi verso l’esterno e le punta su un prodotto che sarà sicuramente diverso dal cliente esterno che è sempre stato il tuo punto di riferimento. In psicologia si direbbe spostare il locus of control, dall’esterno (il destino, gli altri, le circostanze) all’interno (la voglia di fare, di esprimersi, la propria capacità, il proprio potenziale).

    Questo nuovo cliente del tuo lavoro di Personal Branding ha alcune caratteristiche:

    1. Sarà sempre massimamente riconoscente dei frutti del tuo lavoro (committente e consulente coincidono)
    2. Sarà consapevole e fiero del lavoro di Branding
    3. Saprà far fruttare i risultati, visto che processo e prodotto coincidono in qualche modo

    Il primo passo dal punto di vista operativo è proprio quello di uscire dalla scatola, di centrare la tua attenzione su te stesso, esplorarti, capire di cosa ha bisogno questo nuovo cliente, chiedendo in giro, guardandoti attorno, cercando tra i mille gusti della gelateria della vita quelli che non hai mai assaggiato.

    Dal punto di vista psicologico (e ho già scritto qualche riga che avete letto proprio qui su Personal Branding.it), cambia radicalmente la prospettiva: per un momento ti concentri davvero su te stesso, ti esplori, ti conosci, ti chiedi qual è la parte migliore di te che altri non hanno e che può essere utile a qualcuno. Libero da padroni (sia buoni che cattivi) ti lanci, e provi a vedere cosa accade. Crei le circostanze, elabori le tue strategie, ti collochi sul mercato. I risultati non si faranno aspettare.

    Se il primo tuo cliente diventa… te stesso, i vantaggi sono enormi e, con calma, senza fretta, arriverà tutto il resto!
    Ma questa volta gli stivali, li porta direttamente il Marchese di Carabas!

    19 Commenti

    1. Gran bel post! Adoro quando vengono farti certi paralleli (il fatto che mi faccia conoscere come SEOJedi non conta 😀 viva la fantasia), anche perché fissano meglio dei concetti che hai espresso benissimo.
      Lo spostamento di focus è essenziale per fare un buon personal branding, poi l'esempio che porti, (Università-Mondo reale) è davvero calzante

      • Grazie Benedetto! Sono felice ti sia piaciuto!
        L'Università è sicuramente uno dei campi in cui la "gavetta" sembra infinita e in cui è spesso molto difficile "lavorare per se stessi". Io ho avuto la fortuna di avere professori che mi hanno lasciato coltivare il mio orto personale e dai quali ho tratto in qualche modo ispirazione. Ma non tutti sono così fortunati!
        L'idea di spostare il focus e lavorare prima di tutto su/con/per se stessi è forse la marcia in più che fa realizzare la grande svolta!
        Luca

    2. Prima di tutto grazie di avermi fatto riascoltare la favola (l'originale) ascoltando la quale anche io mi incantavo!!!
      Quando tempo fa ho ascoltato un intervento di Giovanni Centenaro sul personal branding, mi ha colpito molto e mi ha fatto pensare… ed il tuo post fa riecheggiare le stesse riflessioni più rivolte ad una dimensione individuale e personale che a pensieri ampi. Per quanto mi riguarda: il locus of control viene messo a nudo.
      Perchè quando il marchese di Carabat sei tu … la grande occasione, ma per alcuni versi anche fatica, è di fare un "bagno di realtà", qualunque cosa ne venga fuori!!

      • Non sai quanto fgrande è stata la mia sopresa nel ritrovare il filmato su YouTube!!!
        E' davvero una fiaba incredibile! Ricca di spunti e idee.
        E spinge davvero, per chi la legge tra le righe, ad effettuare un cambio di direzione, che non può portare che buoni frutti!

    3. Veramente bella questa analogia con il “gatto con gli stivali” ………..mi ha permesso un tuffo nel passato rivedendomi bambina ad ascoltare con la bocca aperta le parole che uscivano dal mio “mangiadischi” arancione e scoprendo con stupore che ancora mi ricordo il ritornello introduttivo delle favole…… fantastico!!!!!!!!!!!!
      Penso che il” marchese di Carabas” e “il gatto con gli stivali” possano diventare un’unica entità nel momento in cui quest’ultimo acquisti consapevolezza delle proprie risorse e senza operare un’attribuzione esterna immaginaria, le metta al servizio di sé stesso riconoscendo che è proprio lui l’artefice del suo destino e nel momento in cui tale consapevolezza prende il sopravvento su un presunto timore di esporsi, ecco che si aprono le porte delle opportunità di mostrarsi al mondo come “venditore di se stesso” che dovrebbe poi essere l’anima del Personal Branding: io mi conosco, conosco le mie capacità, devo solo trovare il modo per poterle promuovere nel giusto modo…..ma se io ci credo…..anche gli “altri “ dovranno farlo……….
      Grazie “guru” Luca per questa “chicca”………….

    4. gli stivali (ricordate anche quelli delle cento leghe di pollicino..) un po' come i pantaloni di qualche decennio fa… padroni del proprio destino. creativo, per forza maggiore. visto i tempi.
      a me però il passaggio che mi piace di più è quando fa l'orco topolino, e lo elimina in un sol boccone! buon appetito!

      • Sara, diciamo che tutta la fiaba è imperniata di iniziativa, di voglia di fare, di creatività. E di spunti!
        Anche l'idea del tranello dell'orco-topolino, se ci pensi, è davvero tosta: l'inganno di spingere ad abbassare la guardia per poi essere… battuti! Degno di un Samurai! Con gli stivali, ovviamente! 🙂

    5. Ciao @Luca, molto bello il post, complimenti! Adoro la favola e apprezzo la metafora che ci hai offerto. Trovo utile l'angolazione da cui osservi le cose e mi è davvero piaciuto questo passaggio: "per un momento ti concentri davvero su te stesso, ti esplori, ti conosci, ti chiedi qual è la parte migliore di te che altri non hanno e che può essere utile a qualcuno" che ritengo essere davvero importante nel Personal Branding … ps stai sviluppando quell'idea nata da twitter? A presto!

      • @Anna: Sono contento ti sia piaciuto! Diciamo che questo post veniva dal cuore, oltre che dalla testa!
        Per l'idea, alla fine non ci ho più lavorato, in quanto si sono sovrapposte un po' di cosette che richiedevano molta attenzione. Ma è nel cassetto e visto che il tema è interessante, prima o poi ne salterà pure fuori!

    6. Sono una lettrice ed accanita ascoltatrice delle Favole di "a mille ce n'è" e soprattutto le ho risentite e rivissute con le mie bambine…
      il punto centrale del racconto e del paragone che Luca ci offre, è nell'interpretazione che ne dà il narratore/attore del disco, il quale mette l'accento, ve lo ricorderete, sulla prima parte della frase…. "…SONO (pausa) …. il marchese di Carabat….".
      E' tutto qui ….il segreto… conoscere e apprezzare quello che si è!!
      Grazie Luca per avermi aiutato in questa riflessione…. "non serve l'ombrello, il capottino rosso, la cartella bella… basta solo un po' di fantasia e di bontà…." soprattutto verso se stessi!

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